Da un arcivescovo all’altro…in memoria di don Fedele Lazari

Da un arcivescovo all’altro…in memoria di don Fedele Lazari

29 Settembre 2026 Off Di Redazione

«Facciamo ora l’elogio di uomini illustri,

 dei padri nostri nelle loro generazioni» (Sir 44,1).

È con queste parole del libro del Siracide, nell’antico e bellissimo elogio degli uomini illustri, che mi piace ricordare don Fedele Lazari.

Sono trascorsi ormai dieci anni da quell’indimenticabile 29 settembre 2016, festa dei santi Arcangeli, quando don Fedele concluse il suo cammino terreno, dopo aver speso mente, cuore e corpo per il regno di Dio. Eppure il tempo non ha cancellato il ricordo. Anzi, sembra che la memoria sia cresciuta sempre di più, e questo non può che fare piacere in un contesto storico nel quale si tende a dimenticare il passato con i suoi “giganti”.

Pochi giorni prima della sua morte ero andato a trovarlo e la situazione appariva ormai molto precaria. Era domenica, Pasqua della settimana. Lo salutai con affetto e rispetto, senza forse rendermi pienamente conto che quello sarebbe stato il nostro ultimo incontro.

Allora ero alunno del Seminario arcivescovile e, quasi con naturalezza, gli dissi: «Don Fedele, domani torno in Seminario, ci vediamo domenica prossima». Lui mi rispose a fatica e ci salutammo. La domenica successiva sarebbe stata non quella del tempo, ma quella “senza tramonto” la Pasqua preparata dal Risorto per tutti noi.

Pochi giorni dopo, infatti, alle prime ore del 29 settembre, don Fedele morì.

Nel ricordarlo, oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, mi viene spontaneo chiedermi chi sia stato don Fedele. È stato un pastore autentico, un pastore vicino alle persone, soprattutto attraverso l’ascolto, la disponibilità alla confessione, la presenza, la vicinanza quotidiana a tutti.

Per noi di Galatina, e anche per la Chiesa di Otranto, don Fedele è stato un riferimento certo. Bastava incontrarlo per percepire qualcosa di profondamente sacerdotale, senza troppe parole o retoriche.

C’è poi un’immagine che più di ogni altra custodisco nel cuore, anzi credo che tutti la custodiscano: don Fedele vestito sempre con la sua talare, nella Rettoria del Collegio, con la corona del Rosario tra le mani e il breviario.

Don Fedele non era un prete tradizionalista, benché fosse stato ordinato nel 1954. Sapeva dare il giusto peso a ogni cosa, soprattutto alla liturgia, che celebrava sempre con cura, finezza e con profonda fede.

Questo dice molto di lui: dice la sua appartenenza al Signore, la sua familiarità con la preghiera, il suo essere sacerdote non soltanto nelle ore del ministero pubblico, ma anche nel silenzio della preghiera personale, nella fedeltà quotidiana e quando cadono le luci dei riflettori, al termine di una lunga giornata di lavoro pastorale, spesso invisibile agli occhi di molti.

Mi ha sempre colpito il fatto che don Fedele si commuovesse durante la celebrazione della Messa. Negli ultimi anni del suo ministero questo accadeva più volte, soprattutto durante la consacrazione. E oggi, a distanza di un anno e mezzo dalla mia ordinazione presbiterale, credo di comprendere quelle lacrime: erano lo stupore di un uomo che stringeva tra le mani la presenza di Dio nascosta “sotto poco apparenza di pane”, come diceva san Francesco d’Assisi.

C’è però un ricordo personalissimo che don Fedele amava spesso affidarmi nei numerosissimi incontri e nelle tante conversazioni avute e che oggi, per me, acquista un significato profondo: gli anni vissuti accanto all’arcivescovo di Otranto Mons. Raffaele Calabrìa.

Don Fedele fu suo segretario particolare dal 1954 al 1960 a Otranto e poi, dal 1960 al 1962, a Benevento, dove Calabrìa venne inviato come arcivescovo coadiutore.

Mons. Calabrìa era un vescovo esigente, rigoroso, per certi aspetti anche conservatore, ma molto attento ai presbiteri e sempre vigile nell’esercizio del suo ministero. Don Fedele non nascondeva le difficoltà di quegli anni. Mi raccontava delle fatiche, delle tensioni, dei momenti nei quali il clima diventava pesante e lui sentiva il bisogno di andare a confidarsi con il parroco della Cattedrale. E tuttavia, quando parlava di mons. Calabrìa, alla fine emergeva sempre un sentimento di gratitudine, di riconoscenza e di ammirazione.

«Ho appreso tanto da lui», mi diceva.

Sentiva che quell’arcivescovo gli aveva voluto bene e che, a sua volta, anche lui gli aveva voluto bene; che il tempo trascorso accanto a lui lo aveva forgiato e che gli aveva permesso di vivere momenti indimenticabili come la partecipazione all’apertura del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962.

E qui la memoria, oggi, diventa per me ancora più sorprendente, come solo Dio sa fare.

Una settimana prima della mia ordinazione diaconale, l’arcivescovo Neri mi chiamò, chiedendomi la disponibilità a essere il suo segretario particolare. In quel momento il mio pensiero corse immediatamente a don Fedele.

All’inizio del ministero, entrambi chiamati a un compito delicato, non semplice. Un incarico che richiede discrezione, disponibilità, capacità di ascolto, fedeltà e una particolare vicinanza al vescovo.

Solo allora ho compreso fino in fondo perché don Fedele mi avesse raccontato così tante volte quella parte della sua vita. Forse, senza che io lo me ne avvedessi, il Signore mi stava preparando ad accogliere la stessa responsabilità, chiedendomi la stessa mitezza e disponibilità di don Fedele. La Provvidenza, nel silenzio e attraverso strade a noi ignote, guida la nostra vita.

Oggi, dalla scrivania della segreteria dell’arcivescovado, alzo ogni tanto lo sguardo e vedo il ritratto di mons. Calabrìa e penso a don Fedele, certo che nella fraternità sacerdotale e nella comunione dei santi che ci unisce, continua a starmi vicino e ad accompagnarmi con il suo affetto di padre.

Don Stefano Antonaci

 

Condividi: