Il culto del fuoco e la devozione a Sant’Antonio Abate

Il culto del fuoco e la devozione a Sant’Antonio Abate

16 Gennaio 2021 0 Di Redazione

Il culto del fuoco e la devozione verso il Santo Anacoreta saranno il filo conduttore che ci porterà a condividere le fasi della costruzione della Fòcara ed a conoscerne i protagonisti. Quest’anno, per la prima volta a causa delle restrizioni Covid, il falò tornerà nella vecchia sede protagonista tante volte in passato, il piazzale di fronte al santuario dedicato a Sant’Antonio Abate. Per ragioni di sicurezza e per evitare gli assembramenti niente pubblico e falò ridimensionato, infatti dagli oltre venti metri si scenderà a soli quattro metri.

La festa di Sant’Antonio Abate affonda le proprie radici nell’antica venerazione dei novolesi per il “Santo del fuoco”, il cui culto fu ufficializzato il 28 gennaio del 1664 quando il vescovo di Lecce dell’epoca, mons. Luigi Pappacoda, concesse l’assenso canonico alla supplica dell’Università e del Clero e dichiarò Sant’Antonio Abate protettore di Novoli. La prima fòcara, secondo alcune fonti, è attestata nel 1905, quando “una nevicata abbondante imbiancò il falò alla vigilia della festa”.

La costruzione della fòcara inizia all’alba del 7 gennaio, anche se il “comitato” provvede all’organizzazione, alla raccolta e al trasporto dei fasci di vite già dall’inizio del mese di dicembre, per essere conclusa a mezzogiorno della Vigilia, momento, questo, salutato da una roboante salva di fuochi pirotecnici e da rintocchi di campane.

Il falò è formato da fascine di tralci di vite (sarmente) recuperati dalla rimonta dei vigneti e accatastate con perfetta maestria e con tecniche tramandate gelosamente di generazione in generazione. In media, per costruire un falò da venti metri circa di diametro per altrettanti di altezza occorrono dalle 80.000 alle 90.000 fascine (ogni fascio è composto da circa duecento tralci di vite, i quali sono legati tradizionalmente con del filo di ferro).

La raccolta delle leune, nel dialetto locale, termine con cui si indicano i fasci donati per la costruzione del falò, inizia, come abbiamo accennato, il 17 dicembre con il trasporto di queste sul piazzale dove deve essere costruita la fòcara. Fino agli anni ’50 questo rito si consumava davanti al Santuario, poi fu spostato in piazza Brunetti, per essere nuovamente trasferito, per motivi di sicurezza e forse definitivamente, in piazza Tito Schipa.

Anticamente l’enorme catasta di legna secca aveva quasi sempre la forma conica ed era costruita con particolari tecniche che solo i maestri (pignunai) potevano conoscere e che venivano usate anche quando si conservava il raccolto nei covoni. Altra antica usanza era quella di issare sulla cima del falò un ramo di arancio, con diversi frutti pendenti (la marangia te papa Peppu), colto dal giardino di un prete del luogo.

Con il passare del tempo sono cambiate molte abitudini, sono cambiati molti costruttori e soprattutto sono cambiate le forme della fòcara che non si presenta più sotto forma di cono ma assume sempre forme diverse e molto impegnative. Negli ultimi anni, infatti, sono state costruite fòcare piramidali, a torta (diversi strati circolari sovrapposti), con la galleria (un tunnel nel centro del falò, in cui il giorno della processione passa anche la statua di S. Antonio Abate), con oblò e pinnacoli.

Per la costruzione di una fòcara occorrono circa cento persone abbastanza abili per restare ore in piedi sui pioli delle lunghe scale e passarsi l’uno sull’altro, al di sopra della testa, i fasci che poi, giunti in cima, vengono sistemati perfettamente dal costruttore. Proprio sulla cima, la mattina della Vigilia, viene issata un’artistica bandiera con l’immagine del Santo, che successivamente brucia insieme al falò.

Il Santo patrono di Novoli e tra quelli più volte riprodotti nelle chiese rurali, nelle cripte affrescate, presente più volte persino negli affreschi della basilica di S. Caterina d’Alessandria a Galatina (le foto sono in coda all’articolo) e dipinto a fresco molte volte tra le pareti, gli archi, le campate e le volte della splendida basilica orsiniana con l’unico dipinto firmato da Franciscus de Arecio nel 1432. S. Antonio Abate o Sant’ Ntoni dellu fuecu, con la tipica campanella al collo e il maialino fra i suoi piedi, sono i tratti iconografici del Santo.

L’onore dell’accensione del falò spetta al presidente del comitato o al Sindaco, anche se negli ultimi tempi molti sono gli ospiti “illustri” che presenziano la magica sera del 16 gennaio. L’accensione avviene attraverso una batteria di fuochi pirotecnici che agiscono da innesco per l’incendio.

Una volta accesa, la fòcara arde per tutta la notte tra le migliaia di persone che, tra musica popolare e fumi di arrosti delle bancarelle presenti in piazza, assistono allo splendido spettacolo delle ‘spitte’ di fuoco, le caratteristiche scintille che librandosi nell’aria creano una spettacolare “pioggia di fuoco”.

Raimondo Rodia