“Tutti pazzi per Galatina”. Gli studenti del Polo 1 celebrano l’identità, la memoria e l’anima della loro terra
30 Maggio 2026“Tutti pazzi per Galatina”. Uno spettacolo che celebra l’identità, la memoria e l’anima della nostra terra, con l’entusiasmo e il talento dei nostri studenti: è ciò che è andato in scena martedì 26 maggio sul palco del Teatro Cavallino Bianco di Galatina.
Una messa in scena inedita, unica, in cui danza, musica, teatro hanno forgiato la memoria collettiva della nostra comunità, tra passato e presente, raccontando e celebrando chi siamo stati e chi siamo oggi.
Piccoli ragni muovono le loro zampe in una coreografia ipnotica. Tuttavia, non fanno paura: sembrano piuttosto guidare il pubblico all’interno della tela che si apprestano a tessere. Ogni movimento è preciso, seguono il ritmo dei tamburi lontani. Da questa danza, minuscola e inquieta, tutto comincia.
Due turisti, inizialmente spaesati, si ritrovano fianco a fianco con i galatinesi. Presto arrivano polpette, pittole fumanti, tria e ceci, i cornulari fritti! Il cibo attraversa la scena e Galatina si racconta attraverso i suoi sapori prima ancora che con le parole.
Ritemprati nel corpo e nello spirito, i due turisti – e noi con loro – si addentrano nella conoscenza storica della città attraverso i suoi cittadini illustri, nomi di strade e piazze che prendono vita grazie ai nostri ragazzi, che diventano: l’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Skandeberg, la letterata Isabella Vernaleone, i conti Maria d’Enghien e Raimondello del Balzo Orsini, Gaetano Martinez e la sua Lampada senza luce, l’erudito Tommaso Arcuti, lo storico Antonio de Ferraris, il giurista Baldassarre Papadia, l’artista Pietro Cavoti, l’aviatore Fortunato Cesari, il dantista Aldo Vallone.
Quando viene evocato il nome di Pietro Colonna (il Galatino), il ritmo si interrompe appena e ci riporta alla quotidianità della scuola secondaria, le cui aule sorgono nell’ex complesso dei padri scolopi e che hanno formato per secoli intere generazioni, fino a noi.
Il racconto torna a scorrere con le melodie di Giuseppe Lillo, le pennellate di Gioacchino Toma, il vivace confronto intellettuale tra Pietro Siciliani, Cesira Pozzolini e Giosuè Carducci, che ci consegnano un prezioso testimone.
Galatina non appare più come una periferia, ma come un centro culturale che continua a generare memoria e impegno, ma che non nasconde le sue pagine più dolorose, come quelle delle vicende legate alla produzione e alla lavorazione del tabacco.
Ed è allora che entrano le tabacchine. Camminano lentamente, chine, con i grembiuli scuri e le mani consumate. I loro canti hanno il suono della fatica quotidiana. Nessuna nostalgia: solo lavoro, sudore, sopravvivenza. Ogni gesto ripetuto racconta anni trascorsi nelle manifatture del tabacco, anni in cui il corpo delle donne sosteneva intere famiglie. Da quella stanchezza nasce la rivolta, come nel ’61, quando le tabacchine smettono di essere ombre silenziose e diventano la voce collettiva che chiede diritti, dignità, ascolto, ieri come oggi.
Poi arriva il tarantismo. Prima un tamburello isolato. Poi il ritmo cresce, ossessivo, viscerale. Una coreografa entra in scena inquieta, quasi smarrita. Cerca di ordinare i movimenti delle danzatrici, ma qualcosa le sfugge continuamente. Intorno a lei i corpi si agitano come trascinati da una forza antica, impossibile da controllare. La danza diventa febbre, trance, liberazione, dai temi della Terra del rimorso alla danza gioisa della Notte della taranta.
Nel finale ogni immagine rievocata trova il proprio posto: i ragnetti in apertura hanno completato la tela. Il cibo condiviso, i nobili, gli artisti, le tabacchine, la rivolta, la danza. Tutto appartiene alla stessa terra inquieta e luminosa, la nostra Galatina!
Denise D’Amato



